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Jun 26th

Honda ha perso il 37% delle vendite in Cina

By alessandro
Honda ha perso il 37% delle vendite in Cina

La serie di scioperi incrociati che ha colpito le fabbriche cinesi del colosso giapponese inizia a dare i primi segnali visibili: crollano vendite e produzione. Gli operai sentono di aver vinto la loro battaglia, ma gli analisti avvertono: senza il sostegno di Pechino, tutto tornerà come prima. 

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La produzione della Honda Motor e le vendite del gruppo in Cina sono scese lo scorso mese del 37%, a seguito della serie di scioperi che hanno colpito le industrie del colosso giapponese. Questa flessione è il primo indicatore materiale dell’impatto che gli scioperi, che si sono susseguiti e non accennano a diminuire, hanno e avranno sulla produzione industriale in Cina.

Il primo sciopero della serie ha colpito proprio la Honda: il 17 maggio scorso, gli operai di un’azienda di Foshan che produce trasmissioni hanno incrociato le braccia per protestare contro i salari bassi e l’eccessivo carico lavorativo. L’esempio di questi “pionieri” è stato seguito dai lavoratori di altre aziende Honda e da quelli di Toyota e Nissan. Praticamente tutte le proteste si sono concluse con la vittoria degli operai, che hanno ottenuto sensibili aumenti di salario.

Nello specifico, la Honda ha perduto il 10% del campo vendite: un dato in controtendenza, se si pensa all’aumento del 33% nel campo della vendita di automobili che si è registrato lo scorso mese nel Paese. Il 37% in meno della produzione totale si scontra inoltre con un declino generale che si attesta però al 10%. Gli analisti della Jp Morgan, guidati dal giapponese Kohei Takahashi, sostengono che la mancata produzione di circa 20.000 veicoli potrebbe risultare in una perdita stimata intorno ai 12 miliardi di yen, circa 110 milioni di euro.

Nel frattempo, i lavoratori continuano con le loro proteste. Secondo i quotidiani di Hong Kong, “è diffusa nella classe operaia la sensazione di aver vinto una lunga battaglia contro un nemico molto forte”. Ma Pattie Walsh, analista della questione lavorativa in Asia, avverte: “I risultati ottenuti non avranno vita lunga, se il governo di Pechino non decide di applicare le leggi sul lavoro che sono in teoria in vigore nel Paese. In altre parole, se il governo non sposa la loro causa tutto tornerà come prima”.

Sep 29th

Cina: 1,5 miliardi nel 2033

By alessandro
Cina: 1,5 miliardi nel 2033

Annualmente incremento di 7 mln persone per i prossimi 10 anni

SHANGHAI, 29 SET - La popolazione della Cina arrivera' a un miliardo e mezzo di persone entro il 2033. Lo riferisce lo Shanghai Daily. Secondo Zhao Baige, vice direttore del centro per la pianificazione del paese, questo calcolo deriva da un incremento annuale di 7 milioni di persone per i prossimi 10 anni. In aumento gli anziani. Entro il 2040 si stima che saranno 400 milioni le persone sopra i 60 anni; oggi gli over 60 sono il 12,5% della popolazione; diventeranno il 17,1% entro il 2020
Sep 29th

Deficit commerciale tra Italia e Cina. Negativo per 11,6 miliardi il saldo dei primi otto mesi

By alessandro
Deficit commerciale tra Italia e Cina. Negativo per 11,6 miliardi il saldo dei primi otto mesi

Con la Cina il divario commerciale c'è, le statistiche lo dimostrano. Altrettanto eloquenti, però, sono le dinamiche della logistica: partono leggeri, i voli cargo dall'Italia, per far ritorno gravidi di merci cinesi a sempre più alto valore aggiunto. Divario impossibile da azzerare, quello Italia-Cina, però colmabile, specie in alcuni settori. Se i dati delle dogane cinesi confermano nel 2009 una crescita dell'export italiano del 3,1%, è certo che il tessile, il legno-arredo, la gommaplastica, i prodotti tecnologici faticano a guadagnare terreno in Cina.

Il passivo dei primi otto mesi rispetto alla Cina sfiora i 12 miliardi, è al top da sempre, rappresenta l'80% del nostro disavanzo commerciale globale. «Le due economie - sottolinea Thomas Rosenthal, responsabile del Cesif, il Centro studi della Fondazione Italia-Cina - sono sostanzialmente competitive, non complementari. Scambiano prodotti statisticamente identici ma qualitativamente diversi. La produzione italiana in molti settori è caratterizzata da maggiore valore aggiunto e contenuto tecnologico. La Cina sta recuperando terreno molto rapidamente anche grazie allo spillover derivante dalla presenza di imprese multinazionali in Cina, incluse quelle italiane».
«I dati Sea sulle due destinazioni cinesi, i volumi di merce movimentata dalla nostra compagnia nei primi dodici mesi, indicano una ripresa anche se lieve dei movimenti verso la Cina», commenta Alcide Leali, presidente di Cargoitalia, la compagnia che ha iniziato a operare un anno fa da Malpensa su Hong Kong e, da luglio, su Shanghai.

Leali professa ottimismo, visto che da Hong Kong, in un solo anno, ha esportato 5.851 tonnellate di merci, importandone 8700, e da Shanghai, in un mese, 461 contro 493. «Partono pezzi di macchinari industriali di varie tipologie, ricambi per macchine agricole e movimento terra, abbigliamento finito, pelli e tessuti per abbigliamento, accessori, prodotti alimentari. Arrivano elettronica di consumo, abbigliamento semilavorato e finito, basi chimiche per profumi. Secondo i dati Sea, da Malpensa, la variazione dei volumi nei primi 7 mesi sul 2009 ha premiato l'export (+99%), più dell'import (+77 per cento).

 

«Attenzione, spesso le partenze non avvengono esclusivamente dall'Italia, le stesse merci italiane partono da altri scali europei anche a causa della concorrenza tra gli operatori - avverte Daniele Pala, responsabile cargo sales Italia di Air China cargo, partita un anno e mezzo fa con tre aerei, un altro in arrivo dal mese prossimo. In Cina spediamo macchinari, prodotti di moda, parti di pelli per le scarpe, mobili, auto e, stando a quanto rivela il nostro marketing, anche alimenti deperibili. Una vera svolta». La mozzarella di bufala? «Sì, anche quella, i cinesi stanno imparando a gustarla».

«In Cina, dobbiamo imparare a vendere», va subito al sodo Paolo Bastianello, vice presidente vicario di Sistema moda Italia, imprenditore tessile titolare del marchio Marlys. «Certo, specie nel nostro ambito, il saldo import-export non ci sorride, però le cose stanno cambiando, e in fretta. I volumi sono ancora bassi, ma tengo a sottolineare l'aumento del 78% dell'export tessile nei primi sei mesi del 2010». La Cina - rivela l'ufficio studi Smi - è il primo paese di approvvigionamento, scende però al 18esimo posto come mercato di sbocco. «Il vero problema - aggiunge Paolo Bastianello - sta nella difficoltà, specie per i più piccoli, di aprirsi un varco stabile in un simile mercato. Sinceramente i prodotti no brand si basano sulla qualità e sulla conoscenza da parte degli acquirenti di determinate particolarità. E' difficile affrontare una piazza dominata da grandi industrie pubbliche». Come si fa a gestire una situazione di questo tipo? «E' davvero importante - chiarisce Bastianello - che con il nuovo anno Smi offra uno showroom a Shanghai che possa funzionare da piattaforma di sbarco dei nostri prodotti».
«Bisogna arrivare per davvero a un marchio made in Italy», è la provocazione di Amedeo Teti, direttore generale per la politica commerciale internazionale del ministero dello sviluppo. «I cinesi amano il made in Italy, ma a loro volta sanno che c'è del made in Italy fatto in Cina. Può senz'altro aiutare il nostro export offrire delle certezze, perché da parte dei cinesi c'è una grande disponibilità».

Jan 27th

Hong Kong le case più costose al mondo in base al reddito medio

By alessandro
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Hong Kong le case più costose al mondo in base al reddito medio
Hong Kong è il luogo dove i prezzi delle case sono i più alti del mondo.
Secondo uno studio della società di consulenze americana Demographia, comprare un appartamento a Hong Kong costa di più, in relazione al reddito medio dei suoi abitanti, che a Londra o a New York. Il secondo posto della classifica è occupato da Sydney (Australia), seguita da Vancouver (Canada) e da Melbourne, sempre in Australia.

È la prima volta che Hong Kong viene inserita nell'analisi, compilata periodicamente su 325 città di Australia, Canada, Irlanda, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il prezzo medio di un appartamento ad Hong Kong, che oggi è una regione a statuto speciale della Cina, era di 2,58 milioni di dollari di Hong Kong (circa 242mila euro) nel terzo trimestre del 2010, vale a dire 11,4 volte superiore al reddito medio di una famiglia locale.

I prezzi degli immobili nell' ex-colonia britannica, che ha circa sette milioni di abitanti, sono cresciuti del 50% negli ultimi due anni a causa dei bassi tassi d' interesse

Mar 3rd

Esportare in Cina

By AP Luxury Goods
Ragazzi sapete darmi qualche link affidabile di importatori cinesi che potrebbe interessargli la mia attività di vendita di accessori in pelle e borse di marchi prestigiosi di lusso?
Grazie mille 
Jul 30th

licenze / certificati

By poeticus
gran bel sito,
appena scovato e non ho potuto fare a meno di registrarmi.
Vista la cortesia nel rispondere ai vari posti, mi farebbe piacere ricevere da chi ne sa qualcosa, come si fa a capire quando siano necessarie delle licenze per vendere in italian dei prodotti provenienti dalla cina:
io, ho provato a ragionarci su, vi espongo il punto.
il prodotto importato pur non essendo una replica, adotta lo stesso sistema di funzionamento.....penso sia ovvio, essendo prodotto per il medesimo fine:
canne da pesca di un marchio famoso....e canne da pesca importate dalla cina con un loro marchio:
è necessaria una licenza....per il particolare metod adottato dalla marca famosa per arrotolare la lenza?
per me, è un dilemma.
se posso, mi chiedevo anche, dove e come trovare le certificazioni necessarie per poter essere commercializzate in unione europea:
il certificato CE deve essere apposto su ogni oggetto, o può essere apposto negli imballaggi in modo da essere controllati in dogana: chiedo perchè vedo che non su tutti i prodotti c'è il marchi CE, ad esempio nei pneumatici delle macchine non c'è: ma ve ne sono altri: ecco io mi chidevo come stabilire ad esempio sulle canne da pesca che certificati il fornitore mi deve mostrare: forse tramite il codice merceologico taric è individuabile?
scusate la prolissità e spero in una risposta di qualche buon'anima ;) 
Sep 6th

blog italian wine

By alessandro
Here everybody can talk and get a discussion about drink wine and business wine
Sep 11th

Explore Italian Champagne, Prosecco

By alessandro
Explore Italian Champagne, Prosecco, Asti and Lambrusco. A diverse selection from many regions. Some true surprises.



Feb 4th

Londra: siamo spiati dai cinesi

By alessandro
Londra: siamo spiati dai cinesi

Il controspionaggio: cimici nei pc dei manager e ragazze esca per comprometterli


Quando il Regno Unito ipotizzò il boicottaggio commerciale dei prodotti provenienti da Pechino per protestare contro la repressione in Tibet, l'allora ambasciatrice cinese a Londra madame Fu Ying rispose miscelando saggezza confuciana a navigato pragmatismo: "Resterete tutti nudi". Era l'inizio di marzo 2008: due mesi dopo il premier Gordon Brown sarebbe stato tra i primi a sostenere l'emergenza terremoto a Sichuan inviando 200 milioni di sterline. Se la storia dei rapporti sino-britannici non è mai stata lineare, a complicare quella recente, segnata dall'imporsi della Repubblica Popolare sullo scacchiere geoeconomico internazionale, ci si mette lo spionaggio industriale. Secondo un rapporto dell'MI5, rivelato ieri dal Sunday Times, i businessmen anglosassoni sarebbero oggetto dell'attenzione criminale di Pechino che, attraverso intercettazioni, furti, operazioni di hacking, tramerebbe per carpire loro segreti manageriali.

"La Cina rappresenta una delle minacce di spionaggio più serie per il Regno Unito" avvertono i servizi segreti di Sua Maestà. Sembra che numerosi uomini d'affari in missione a Shangai siano stati avvicinati da avvenenti fanciulle con "inviti generosi", salvo scoprire poi che la macchinetta fotografica o la chiavetta Usb donata loro in pegno d'amicizia conteneva un malware, un software infettante che tipo cavallo di Troia s'installa nel sistema e consente di controllare a distanza il computer agganciato.

"E' una vicenda nuova, ma non mi sorprende" nota tornando da Davos il politologo Parag Khanna, autore del saggio I tre imperi (Fazi). Analizzando l'ultimo World Economic Forum, il direttore di Foreign Policy Moises Naim paragonava ieri sul Sole 24 Ore l'assenza americana alla cospicua presenza dei messi di Pechino, tecnocrati preparati ma non necessariamente a gestire l'espansione d'un mercato che nel 2009 ha assorbito il 12% dell'import mondiale.

La denuncia dell'MI5 alza il livello della tensione nella partita tra Cina e resto del mondo occidentale. All'inizio di gennaio Londra aveva protestato per l'esecuzione di Akmal Shaikh, cittadino britannico e malato di mente condannato a morte perché trovato in possesso di 4 chili di eroina. Pochi giorni dopo era stata la volta degli Stati Uniti, che avevano chiesto a Pechino un'indagine "trasparente" sull'attacco a Google e 300 compagnie americane da parte di hacker cinesi. La settimana scorsa l'ultimo incidente: Obama decide di vendere a Taiwan armi per 6 miliardi di dollari e Hu Jintao sospende gli scambi militari con Washington.

Mentre sbiadiscono le ambizioni di chiunque sognasse un G2, utopia d'un rapporto privilegiato con la potenza capitalist-comunista, gli analisti temono una variante asimmetrica della guerra fredda. "Ogni azienda britannica che detiene informazioni potenzialmente utili ai cinesi è a rischio (...) Le stanze degli alberghi frequentati da stranieri nelle città come Shangai e Pechino sono probabilmente piene di cimici e vengono perquisite in assenza dell'occupante" sostiene l'MI5. Anche perchè gli 007 di Pechino sono "noti per saper sfruttare le vulnerabilità altrui, specie alle relazioni sessuali". Non sarebbe la prima volta. Due anni fa un collaboratore di Gordon Brown "smarrì" il BlackBerry dopo essere stato abbordato da una Mata Hari dagli occhi a mandorla in un locale di Shanghai. Ora la tecnica punterebbe industriali, funzionari della difesa, esperti di comunicazione e energia.

 I mandarini di Hu Jintao non replicano e lasciano cadere anche la provocazione del direttore dell'MI5 Jonathan Evans, che a fronte del nuovo pericolo giallo teme un drenaggio delle risorse per la lotta al terrorismo islamico. Resistenza passiva, mentre le bancarelle del mercatino domenicale di Camden passage, nel quartiere londinese di Angel, vendono bombette made in Cina.
Feb 7th

Dalla Cina attacchi "invisibili"

By alessandro
Dalla Cina attacchi "invisibili"
"Migliaia di aziende Usa spiate"

Sconcertante relazione di un'azienda di sicurezza informatica americana. I cyberattacchi provenienti dal territorio cinese riguardano una miriade di aziende e istituzioni. Usano una nuova tecnica, difficile da combattere. "È spionaggio industriale" di TIZIANO TONIUTTI


NON c'è solo Google nel mirino degli hacker. Dopo la guerra-lampo tra l'azienda di Mountain View e il governo cinese, di cui il colosso del web denunciava gli attacchi informatici verso i propri server, arriva un rapporto da Mandiant, un'azienda statunitense che opera nel campo della sicurezza informatica forense. Un documento che - come riporta Wired - fa sobbalzare sulla sedia perché individua e mette in luce tre dati significativi. Eccoli:

Primo elemento. Le aziende (americane) sotto attacco informatico da parte di hacker asiatici non sono una o due e nemmeno cinquanta. Si tratterebbe di migliaia di imprese e istituzioni, tra queste anche diverse adette alla sicurezza nazionale.

Secondo elemento. A quanto dichiara Mandiant, che ha illustrato il suo report a una conferenza sul cyber-crimine sponsorizzata dal dipartimento della Difesa americano, siamo di fronte a una nuova forma di attacco informatico. Non più una semplice intrusione per carpire dati, ma un tipo di infiltrazione a lunga permanenza, che Mandiant chiama APT: Advanced Persistent Threat, ovvero minaccia avanzata e persistente.

Terzo elemento. Gli attacchi Apt aprono il campo a forme di phishing interno e sofisticato, quasi impossibili da individuare una volta che il codice malevolo agisce a regime. Gli intrusi possono così trafugare documenti e informazioni attraverso le password autentiche dei sistemi infiltrati, e prelevare dati in forma di file completi (Word, Powerpoint, Acrobat). Un sistema di compressione ben fatto compatta e spezzetta i dati in più mini-archivi, che viaggiano all'interno del network praticamente inosservati. Per farli uscire, si utilizzano trucchetti sulle porte e falsi "header" dei file, che i sistemi anti-intrusione fanno passare tranquillamente. Uno dei punti più deboli nella sicurezza delle reti è spesso lo scarso o inefficace monitoraggio del  traffico interno e di quello in uscita. La stragrande maggioranza delle risorse va all'analisi del traffico in ingresso.


Spionaggio sofisticato. Mandiant ha analizzato praticamente tutti i più importanti attacchi informatici degli ultimi tempi, tra cui quelli alla Heartland Payment Systems e RBS Worldpay. E il report specifica bene che il tipo di aggressione subita da queste aziende è significativamente diverso rispetto a quelli riservati a Google e ad altre reti negli ultimi tempi. Non più attacchi basati sul'accesso ai database per ottenere dati sensibili e rubare le identità: nel mirino degli attacchi Apt ci sono file e documenti tout court, da rubare e da portare fuori. Spionaggio puro che individua una strategia precisa dietro l'interesse verso determinati obbiettivi.

"Ecco le prove". La natura degli attacchi Apt è profondamente diversa e per definizione residente. Mandiant dichiara di aver trovato all'interno di una sola rete più intrusi Apt, ognuno intento a trafugare dati per conto suo e per diversi utilizzatori finali. E le aziende/istituzioni sono reticenti nel dichiarare di essere state colpite (Google in questo specifico caso è l'unica eccezione). Peraltro l'intrusione Apt avviene spesso in modo banale, attraverso vulnerabilità degli strumenti di Office, Internet Explorer, Acrobat e i più comuni programmi da ufficio. Nel caso di Google è bastata una email-tranello che utilizzava un buco in Explorer 6, non dichiarato pubblicamente da Microsoft.

Google chiede aiuto alla Nsa. Il motore di ricerca avrebbe già attuato una contromossa con un accordo con la Nsa, l'agenzia americana per la sicurezza nazionale. Un atto quasi dovuto dopo la denuncia da parte di Big G di un attacco informatico senza precedenti da parte della Cina. Scopo dell'accordo è mettere al sicuro Google e  i suoi utenti da future intrusioni. Secondo alcune fonti, l'alleanza di Google con la Nsa, la più potente organizzazione di controllo elettronico, avrebbe lo scopo di consentire alle due parti di condividere informazioni cruciali senza violare le linee di condotta di Google o le leggi che proteggono la privacy nelle comunicazioni online. In base all'accordo, la Nsa non potrebbe vedere le ricerche degli utenti o gli account di posta elettronica, hanno detto le fonti. Google inoltre non condividerebbe dati di proprietà con la Nsa.

"Dati trafugati verso la Cina". Uno dei punti chiave nell'analisi di Mandiant è che il traffico dei dati trafugati, una volta sottratti, si direziona inequivocabilmente verso indirizzi internet in Cina. L'azienda rivela che gran parte degli istituti legali coinvolti nella gestione di affari con la Cina come l'acquisto di azende, ha subito attacchi informatici Apt. Porre rimedio non è semplice e attualmente i sistemi noti sono inefficaci. A volte il codice Apt rimane "dormiente" anche per lunghi periodi, un anno ad esempio. E anche individuando la minaccia e rimuovendo dalla rete le macchine interessate, non vi è alcuna garanzia di aver respinto l'attacco. Che l'antivirus aggiornato riesca a individuare la minaccia di un malware sulla rete aziendale non significa necessariamente aver stroncato l'attacco. Nel frattempo gli hacker hanno già raffinato le loro tecniche di infiltrazione e probabilmente hanno già depositato, in poco tempo, nuovo software malevolo. La realtà ha insomma una trama ben più fitta di quella di un buon film sul cyberspionaggio.

© Riproduzione riservata (04 febbraio 2010 )