Cina, docente: «Siamo sull'orlo della bancarotta ma non possiamo dirlo»
By alessandroCina, docente: «Siamo sull'orlo della bancarotta ma non possiamo dirlo»
«Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i
canoni di questo sistema politico, non abbiamo il
permesso di dire la verità.
L'economia cinese è sull'orlo della
bancarotta, le nostre province hanno i
conti simili a quelli della Grecia».
Non sono parole di un dissidente né di un analista di
una qualsiasi "potenza straniera" desiderosa di
screditare il regime. A sbilanciarsi
sulla situazione economica della Cina
è Larry Lang, docente di Studi
finanziari presso l'Università cinese di Hong Kong e
noto opinionista della televisione nazionale della Cina
continentale.
La lezione, tenuta a porte chiuse dal professore a
Shenyang, è stata registrata e l'audio
in lingua cinese, diffuso
tramite Youtube, è stato tradotto e rilanciato
dall'Epoch Times e poi AsiaNews.
Secondo Lang ci sono cinque segnali
della crisi cinese. Il
primo è il debito
reale di Pechino che si aggira intorno ai
36 mila miliardi di yuan (circa 4 mila
miliardi di euro): oltre a quello dei governi locali,
tra i 16 e i 19,5 mila miliardi, c'è anche quello delle
imprese statali pari a 16 mila miliardi. «Un debito in
continuo aumento visto che gli interessi sono di circa
2 mila miliardi l'anno: le cose peggioreranno
presto».
Secondo una ricerca del South China Morning
Post le imprese statali in Cina,
che rappresentano il 70% del totale, producono solo il
30% del Pil e nonostante i continui aiuti del governo
comunista, che ha speso più di 560 miliardi di euro per
fronteggiare la crisi, tante continuano a fallire. A
indebitarsi sono soprattutto le imprese
immobiliari, che continuano a costruire su
ordine del Partito, chiedendo a prestito i soldi dalle
banche, ma si calcola che almeno il
50% degli immobili resti vuoto a causa dei prezzi
troppo elevati, pari a migliaia di euro al metro quadro
a Pechino, ad esempio, a fronte di uno
stipendio medio mensile di circa 200 euro. Il 30% delle
agenzie immobiliari cinesi che ha chiuso negli ultimi
due mesi e il timore per lo scoppio della bolla
immobiliare cinese è stato espresso nelle
ultime settimane dal Fondo monetario
internazionale.
Il secondo segnale è
l'inflazione, che i numeri ufficiali
dicono attestarsi al 6,2%, mentre per Lang è in realtà
salita fino al 16%. Numeri del tutto
plausibili viste le continue proteste
sociali che scoppiano a causa del caro vita.
L'inflazione, tra l'altro, ha del tutto vanificato gli
aumenti del salario minimo che in
tutte le regioni si sono verificati negli ultimi anni.
Il terzo segnale è lo squilibrio tra
produzione industriale e
consumo interno. Per il docente
universitario solo il 30% dei beni prodotti dalle
attività cinesi viene consumato, il mercato interno è
molto debole. Questo avviene nonostante il
governo abbia cominciato da qualche
anno a mettere i bastoni fra le ruote alle imprese
straniere, che vanno a produrre in Cina, per favorire
quelle locali. Propio il mancato sviluppo di un
mercato interno solido è, per
Lang, il motivo del nuovo crollo del
tasso di produzione industriale, che
ha toccato il minimo storico di 50,7%.
Lang afferma poi che anche la
crescita, che nell'ultimo trimestre ha
toccato il 9.1%, percentuale più bassa degli ultimi due
anni, è in realtà molto più bassa anche se i numeri
vengono truccati: solo così si spiega una
disocuppazione che riguarda il 9 per cento della
popolazione. Infine, il docente cinese
ha parlato dell'enorme pressione
fiscale: per l'industria raggiunge il 70
per cento del totale dei guadagni di un'impresa. Per i
privati, invece, il 51,6%. Non a caso, la seconda
economia del mondo ha un Pil pro capite pari ad appena
7.500 dollari l'anno, contro i 46 mila degli Stati
Uniti e i 27 mila dell'Italia. «Appena lo
tsunami economico inizierà a colpire
la Cina - ha detto terminando la
lezione - il regime perderà la sua credibilità e il
nostro paese diventerà uno dei più poveri al mondo».


